Il pallone racconta: Paolo Sollier

I 70 anni del calciatore… politicamente impegnato

Sabato 13 gennaio, Paolo Sollier ha compiuto 70 anni e noi come spesso facciamo lo chiameremo eventualmente solo per salutarlo e per fargli avere questo racconto. Che parte dalla riedizione di una nostra intervista e tocca il bel testo uscito giovedì su “La Stampa”, per chiudersi con altri due articoli. Del resto è difficile aggiungere curiosità ulteriori, rispetto a questo materiale e molto altro ce ne sarebbe, in rete.

Avevamo conosciuto Sollier nei primi anni ’90, sull’appennino reggiano, era in ritiro. Con Pro Vercelli o Corbetta o Real Cesate, eravamo per “Telereggio”, ma possiamo ricordare male. Lo intervistammo più a lungo per la “Gazzetta di Reggio”, nel 2001, dal momento che con il Sancolombano veniva ad affrontare il Lentigione. Con i lodigiani era alla 6^ di 7 stagioni di fila. Con blaugrana subentrò in D, nella primavera del ’97, non li salvò ma riconquistò subito la categoria.
All’epoca c’era anche la C2 e i banini furono tra le poche squadre di Serie D, ultima categoria nazionale, ad allenarsi solamente di sera. Quell’anno pagavano anche il loro “dilettantismo”, rispetto a club più ambiziosi.
Paolo Sollier, classe 1948, oltreché un discreto calciatore, è stato soprattutto un contestatore, nel ’77 pubblicava "Calci, sputi e colpi di testa".

Sollier, intanto la carriera.
"Sono nato a Chiomonte, nel Torinese, vicino alla frontiera francese. Non sono sposato e alleno: il massimo è stato l'Oltrepò, in C2. Per il resto, solo l'ex Interregionale o Eccellenza: Vercelli e Biella, Saint Vincent e Corbetta, Cesate e Pontevecchio".
Avrebbe aggiunto Brembio, Villanterio e Castellettese.
All’epoca non esisteva un calciatore di Serie A com'era Sollier nel Perugia, politicamente impegnato. Veniva in mente soltanto Tommasi che, tuttavia, è soprattutto un cattolico di ferro.
"Adesso tutto si è attenuato, sul piano politico. A fine anni '60, all'inizio degli anni '70, c'era una contrapposizione forte, con scontri di piazza. Per la mia storia, ero un ragazzo e poi un adulto di sinistra. Facendo il calciatore, la mia posizione ebbe molto più risalto di quanto in realtà meritasse. Non ho mai fatto gesti eclatanti, né sono stato un leader politico. Ero soltanto uno che cercava d'impegnarsi, di dare una mano. Dove c'era un collettivo da portare avanti, e non parlo di una squadra di calcio, mi buttavo dentro. Ad esempio all'università, oppure in una radio".
Il suo libro rappresentò un punto di rottura molto forte.
"Fece discutere. Era la fotografia di uno sportivo impegnato politicamente e che lo raccontava con tranquillità. Mi mettevo in pagina davanti a tutti. L'idea non fu accolta molto bene, diede fastidio".

Sollier si entusiasma ancora, per la politica?
"Mi manca molto quella attiva, non riesco a catturarla. Mantengo la stessa disponibilità: a qualsiasi convegno o dibattito, porto la mia esperienza. Cerco una bussola negli attuali schieramenti politici, ma sono un po' perplesso e pessimista. E pensare che, per natura, sono ottimista".

Nello spogliatoio, da allenatore, parlava di politica?
"Poco, proprio perché so di avere alle spalle un certo passato. Solo se mi tirano in ballo dico la mia. Come allenatore, però, mi sembrerebbe scorretto portare i giocatori fuori dal seminato, ovvero dal pallone”.

A quel punto parlammo della squadra del Lambro, esigenze di spazio troncarono quella chiacchierata così stimolante. Molto di più lo è l’intervista realizzata da Paolo Brusorio, capo dei servizi sportivi de “La Stampa”. Sforbiciamo poco, per non privare dei passaggi linguistici più seducenti.

Sollier ha fatto il centravanti del Perugia dal ’74 al ’76, segnava poco, ma correva come un matto (“facevo casino”) e salutava dal centro del campo con il pugno chiuso. Compagno centravanti. Ora immaginatevi quel calcio, ma anche quello di oggi in effetti, e sentitelo: “Io sarò sempre quel pugno chiuso”.

È nato in Val di Susa, cuore dei NoTav: il ’68 timbra i 50 anni. Sollier, chi è invecchiato meglio?
“Dura da dire. Io sono certo di un fatto però, la vecchiaia è bruttissima ma io voglio viverla con lo spirito degli anni Settanta. Avete in mente le degenerazioni, il terrorismo, la violenza, ma la contestazione ha influito sul lavoro, la scuola, la famiglia. Ha creato un futuro migliore”.

Calciatore e compagno: problemi etici?
“A Perugia guadagnavo otto milioni all’anno, non ero ricco ma privilegiato. Con i miei soldi sostenevo il movimento, non facevo il rivoluzionario con il conto a Lugano”.

Meglio il collettivo in campo o fuori?
“Quel Perugia è stato un collettivo perfetto, non ci considerava nessuno ma uniti dalla stessa passione e dallo stesso impegno siamo arrivati in alto”.

Come nacque il pugno chiuso in campo?
“Lo facevo nei Dilettanti e una volta arrivato in Serie A, mi interrogai se fosse o no il caso di continuare. Decisi di sì in nome della coerenza. Oggi quel gesto diventerebbe, come si dice..., virale sui social, ma non avrebbe seguito in campo. Mi piacerebbe che qualcuno lo rifacesse, ma temo che i giocatori moderni non se lo possano permettere. Il calcio di oggi allontana dalla realtà, poi magari qualcuno nel privato agisce in altra maniera. Ma l’impegno politico è uscire allo scoperto, prendere posizione. Ecco, non vedo niente di tutto questo, pugno o non pugno”.

Aveva la tessera di Alternativa Operaia, leggeva il “Quotidiano dei lavoratori”: un marziano?
“A Perugia non ho mai cercato di fare proselitismo, difficile si parlasse di politica. Solo più tardi a Rimini, cercai con qualche compagno di dar vita a un collettivo dei calciatori di sinistra”.

Con chi e come andò?
"Ricordo Montesi (Maurizio, romano, 60 anni, ex Lazio, ndr), Pagliari (sicuramente Dino, maceratese, ex attaccante, ora tecnico del Gubbio: capelli da hippy e gallina al guinzaglio per Firenze, ndr) Ratti (Sicuramente Gabriele, allenatore del Seregno, già collaboratore di Adriano Cadregari, altro bohemien, ndr),  Galasso (Ezio, conosciuto a Reggio Emilia, extraparlamentare di sinistra, barbutissimo, ndr). Andò che dopo due riunioni ci sciogliemmo. Scrissi anche all’Associazione Calciatori chiedendo loro di schierarsi politicamente proprio come gli altri sindacati, mi rispose l’avvocato Pasqualin dicendomi che tra gli impegni dell’AIC non c’era la politica”.

Oggi non si rivede in nessuno?
“È un altro mondo. Solo, mi piacerebbe che Damiano Tommasi diventasse presidente della Federcalcio. Mi sembra una persona seria: per questo non vincerà”.

Nello spogliatoio era Ho Chi Minh o Mao. Le dava fastidio?
“I soprannomi no, erano il gossip di allora. Ero celebre mio malgrado e a volte non riuscivo ad essere naturale. Questo era il fastidio”.

Rinnega il pugno chiuso?
“Non rinnego nulla. Oggi forse farei anche di peggio”.

Fu mai emarginato per la sua posizione politica?
“Non diciamo balle. Ho fatto una buona carriera da calciatore e una deludente da allenatore ma solo per colpa mia. Tecnicamente ero scarso, tatticamente un anarchico, ma correvo”.

Problemi con le tifoserie?
“Solo con quella della Lazio. Che, di destra, mi accolse con uno striscione “Sollier Boia”. Alla vigilia dichiarai ai giornalisti che avremmo battuto la squadra di Mussolini, ovviamente perdemmo e i miei compagni mi dissero di smetterla con certe stronzate”.

In quella squadra c’era Walter Sabatini, ora è dirigente all’Inter e maneggia milioni e giocatori. Se l’aspettava?
“È l’unica persona di quel periodo che ogni tanto sento, ma non mi permetto di giudicare un lavoro così lontano da me”.

È vero che gli regalò “Cent’anni di solitudine”?
“Era Natale e c’era l’usanza di scambiarsi i regali. Io non sapevo davvero che fare e allora presi un libro per ogni giocatore, tutti con dedica. A Castagner, il nostro allenatore, scrissi non ricordo più su quale libro, “non si vive di solo calcio”. La prese bene”.

Dal suo pugno chiuso al braccio teso di Di Canio: differenze al di là dei fronti opposti?
“Quel pugno era la conseguenza del mio percorso, di uno che ha iniziato nei movimenti cattolici del dissenso come il Gruppo Emmaus o Mani Tese e poi è passato alla militanza politica. Se il suo gesto aveva la stessa genesi, allora, pur rimanendo agli opposti, non ho nulla da dire. Diverso, invece, se lo ha fatto per accattivarsi consensi da parte dei tifosi”.

Si rivede in qualche calciatore?
“Ero scarso. Farei un torto a chiunque nominassi”.

Vorrebbe giocare oggi?
“No. Si cresce in batteria, è brutto dirlo ma è così. Non mi piacciono le scuole calcio, come nemmeno quelle di scrittura. Magari ti danno qualcosa in più, ma ti tolgono la fantasia”.

Nel ’76 scrisse un libro (Calci e sputi e colpi di testa): perché?
“Vinsi un premio per un racconto e l’editore mi contattò. Voleva una cosa sociologica, che palle gli dissi. Se vuole le racconto la mia carriera, dai Dilettanti alla Serie A. Avevo già tutto pronto, nel Vanchiglia ogni giocatore teneva un diario. Ce li scambiavamo e li commentavamo: praticamente facebook”.

Helenio Herrera che le presta la casa di Parigi per un weekend romantico è leggenda o verità?
“È verità, poi non ci andai, a casa sua non a Parigi, ma era pronto a darmi le chiavi. Che personaggio, aveva pause craxiane quando parlava, era l’unica autorità che mi metteva soggezione”.

Qui aggiungiamo noi che Sollier fu allenato dal mago nel 1979, a Rimini. Helenio in Romagna, la scelta più stravagante della sua vita, la ricordavamo vagamente. Formalmente figurò come consulente, aveva superato i 60 anni e non gli era possibile andare in panchina. Che differenza rispetto a Trapattoni, che sino a 74 fu ct dell’Irlanda… In effetti Herrera dopo neanche due mesi si trasferì in Spagna, per guidare nuovamente il Barcellona. Ma torniamo a Sollier.
Idee o ideali, che cosa è sopravvissuto?
“In casa ho la foto del Che. Ma il neo liberismo ha sconfitto le idee, la solitudine competitiva ha cambiato il modo di vivere. Io mi nutro ancora di ideali. Alle idee ci pensino i giovani, tocca a loro prendere in mano il mondo. Io ho già dato”.

Ecco, è bello sottolineare come 15 anni prima ci siano passaggi comuni, con l’intervista di Paolo Brusorio, naturalmente il quotidiano nazionale fa la differenza. Sono passati giorni dalla pubblicazione sul quotidiano torinese e anche profittando del contatto giornaliero per mail con Paolo Brusorio (solo di nostro invio) riprendiamo l’intero testo.

Da umbria24.it, invece, prendiamo parte del racconto del Sollier perugino, a firma di Daniele Sborzacchi.
“Quel gol all’Adriatico di Pescara, proprio allo scadere, mandò in visibilio un popolo intero. Quello biancorosso, che assaporata la prima storica promozione in Serie A del Grifo grazie al colpaccio di Verona la settimana prima, con il punto conquistato in riva all’Adriatico festeggiò lo storico traguardo. Era il campionato di serie B 1974-75, sarebbe stato l’ultimo giocato dal Perugia al Santa Giuliana.
Arrivò dalla Pro Vercelli, rimase due stagioni, quella della promozione in A e la successiva, prima di sempre che i Grifoni giocarono nella massima serie e allo stadio di Pian di Massiano poi ribattezzato Renato Curi. In biancorosso collezionò 51 presenze e segnò 7 reti, sempre salutate, naturalmente, con il suo indimenticabile pugno chiuso”.

Infine brani della chiacchierata di Andrea Scanzi da il Fatto quotidiano del 2013, tramite infonodo.org.
Quella foto non gli è mai piaciuta. Eppure lo ha reso famoso: il calciatore comunista.
“Fu Gammalibri a volerla. Io non ero d’accordo. E non per il pugno chiuso: perché avevo la faccia ingrugnata. Io non sono così, io rido. In quel momento stavo semplicemente ripassando mentalmente ciò che avrei dovuto fare in campo”.

Alla fine la casa editrice, poi divenuta Kaos, si impose. E calci e sputi e colpi di testa, nel 1976, vendette 30mila copie. Sollier colleziona vinili nella sua mansarda. “Ne ho migliaia, mi perdo nelle bancarelle”.

C’è ancora qualcosa da ascoltare?
“De Andrè, Gaber e Guccini restano inarrivabili, ma i talenti ci sono. Lo Stato Sociale: quando cantano “Io odio il capitalismo”, ovviamente non rimango insensibile. Poi Casa del Vento, Alessio Lega. E Offlaga Disco Pax, hanno anche citato il mio libro in uno spettacolo”.

Lei non ha mai allenato in A o B, è fermo.
“… Però alleno la nazionale degli scrittori, l’Osvaldo Soriano Football Club. Dieci partite l’anno, anche all’estero. Abbiamo fatto la Writers League per sette edizioni. C’è stata una gara in Israele, ma non ci sono andato: faccio parte del Forum Palestina, sarebbe stato contraddittorio”.

Ieri nel calcio c’era un muro di gomma. Oggi?
“È diventato hollywoodiano, si è definitivamente sganciato dal mondo reale. È ovvio che a un calciatore, oggi, della politica non freghi nulla. Paradossalmente sono più giustificati della mia generazione. E comunque qualcuno c’è: Tommasi, Zanetti e quei giocatori francesi e inglesi che hanno espresso solidarietà alla Palestina”.

Zeman le piace?
“Sì, ma se avesse vinto di più le sue battaglie sarebbero state più efficaci. E poi delle sue idee politiche non si sa nulla”.

La vostra generazione ha perso?
“Senza dubbio. Terrorismo ed eroina hanno rovinato tutto. Però ci abbiamo provato. Aborto e divorzio, ecologismo e femminismo. E poi le radio libere, ne contribuii a fondare una”.

Quale?
“Rosagiovanna, a Rimini. La partecipazione, la sinistra extraparlamentare, l’informazione libera”.

Vi chiusero.
“Era il periodo del sequestro Moro. Alcuni compagni erano un po’ fumati. Un giorno uno disse: “La prossima volta rapiamo il Papa”. Battutaccia. L’organo di controllo, gestito dal Pci, ci beccò subito e ci chiuse. Al processo dimostrammo con le registrazioni che eravamo sempre stati contro il terrorismo”.

Ebbe problemi anche per il libro.
“Era scritto in forma diaristica, al tempo funzionava, pensi a “Porci con le ali”. Oggi ci sono i blog, ieri i diari. Vinsi un premio, in giuria c’era Gianni Mura, e Gammalibri mi contattò. Raccontai anche di quando Tardelli mi implorò di aiutarlo a vincere. La sua Juventus stava perdendo con il mio Perugia, e per colpa di quella sconfitta il Torino vinse lo scudetto”.

Una combine?
“Macché. Ripetei agli inquirenti quello dico ancora oggi: fu solo la dimostrazione che nel calcio può capitare che un campione chieda aiuto a un giocatore scarso”.

Ha poi pubblicato “Spogliatoio”, con Paolo La Bua, e ristampato il primo libro.
“Ormai se raggiungi 1500 copie è un evento. E poi Kaos è boicottata. Calci e sputi è invecchiato. L’ho ristampato solo per mostrare ai più giovani che quel decennio non è stato solo di piombo. E ho cambiato la copertina”.

Una volta Herrera le concesse un surplus di ferie per portare la fidanzata a Parigi.
“Fatto raro, però in cambio mi chiese di allenarmi almeno un giorno. Lo feci. Andai ai Giardini Lussemburgo e un gruppo di ragazzini accettò di farmi giocare con loro. Uno dei ricordi più belli della mia vita: il calcio che vorrei”.

Che vorrebbero tutti, la chiosa è nostra.

Vanni Zagnoli