Il pallone racconta: Italia - Germania 4-3

50 anni fa la gara del secolo

Mezzo secolo è passato ma per i meno giovani sembra ieri. Italia-Germania è stata la gara del secolo, scorso, tramandata ai posteri.
Era il campionato del mondo, la Coppa Rimet, che in finale sarebbe andata al Brasile, definitivamente, per tre successi contro i 2 degli azzurri.
Era la semifinale e di fronte c’era la Germania, rivale storica, la sfida è sempre stata fantasia contro pragmatismo, acuti azzurri contro la continuità dei bianchi. Germania Ovest, per la verità, va sottolineato. Dopo la prima, mancata partecipazione iridata, i tedeschi sono stati la nazionale più presente, ai massimi livelli, con 8 podi, in assoluto, compresa la riunificazione.
L’Italia era campione d’Europa in carica, aveva conquistato il suo unico titolo continentale grazie al fattore campo, alla monetina in semifinale con la Russia, grazie alla ripetizione della finale con la Jugoslavia, a Roma.
Le attese erano enormi, il girone non era stato entusiasmante, ma è un classico per la storia della nazionale: a Toluca, 1-0 alla Svezia, gol di Domenghini; a Puebla, 0-0 con l’Uruguay, sempre tignoso; di nuovo a Toluca, 0-0 con Israele. I quarti di finale furono sofferti, per un’ora: il Messico passò in vantaggio, arrivò qualche fischio per gli azzurri, compreso per il pareggio, su autorete, poi la doppietta di Gigi Riva e il 4-1 di Gianni Rivera.
Italia-Germania fece epoca anche perché si giocò da mezzanotte e allora non era così consueto che le famiglie facessero le ore piccole per seguire avvenimenti sportivi. E poi c’era la staffetta, tra Rivera, pallone d’oro, e Mazzola, bandiera dell’Inter, il Paese si divideva tra milanisti e nerazzurri.
Il capo delegazione azzurro era Walter Mandelli, scomparso nel 2006, a Torino. Il potere dialettico di Gianni Brera era tale che faceva pressioni su di lui per far preferire Sandro Mazzola a Rivera, finendo con il condizionare anche le scelte di Ferruccio Valcareggi, il ct di Trieste.
In quella semifinale, dunque, segnò presto Boninsegna, l’Italia congelò il gioco, Albertosi compì di fatto un solo miracolo. Il pari giunse nel recupero, con Schnellinger, difensore del Milan, ex Roma e Mantova, che con la Germani realizzò quell’unica rete.
La partita divenne epica nei supplementari, perché un 3-2 di parziale è rarissimo, più spesso in quei 30’ non si sblocca la parità, tant’è che a fine millennio si provò a vivacizzarli, con il golden gol.
Uno a due di Gerd Muller, dopo 4’, lì sembra persa. Passano altri 4’ e pareggia Burgnich, la roccia friulana che in azzurro realizzò solo un’altra rete. Il 3-2 è di Riva, sempre nel primo tempo supplementare, il tre pari ancora del centravanti tedesco, solo omonimo di Hansi Muller, arrivato poi al Como e all’Inter. Passa un minuto e risolve Rivera, altro che Abatino.
Fu il trionfo, l’Italia però era esausta, si giocava in altura e anche per questo perse la finale per 4-1, contro il Brasile, dopo il momentaneo pareggio di Boninsegna. Comunque resse in parità con i carioca per tre quarti di gara, neanche pochi. Al contrario, per esempio, del 4-0 subito nella finale degli Europei del 2012, contro la Spagna, con Prandelli ct.
In porta, dunque, c’era Ricky Albertosi, che Valcareggi preferiva a Zoff, come già Mondino Fabbri al precedente Mondiale, mentre l’Europeo del ’68 fu dello juventino. Che sarebbe ritornato titolare da Germania 1974. A destra c’era Tarcisio Burgnich, a sinistra Giacinto Facchetti, l’alfiere dell’Inter, scomparso nel 2006, da presidente, con Massimo Moratti proprietario. Si marcava a uomo, la prima zona sarebbe arrivata 5 anni più tardi, con Pippo Marchioro, al Cesena.
I centrali erano Pierluigi Cera, campione d’Italia con il Cagliari, che aveva ben 6 titolari, in quella notte magica, e il milanista Roberto Rosato, morto nel 2010.
A centrocampo, a destra Mario Bertini, 13 gol nella Fiorentina e poi 31 nell’Inter, tantissimi, considerato il ruolo e anche il campionato a lungo a 16 squadre. Insomma si giocava meno, rispetto a oggi. A sinistra Giancarlo De Sisti, Roma, poi Fiorentina e di nuovo giallorosso, in mezzo Mazzola, che fu capocannoniere della Coppa dei Campioni ’63-’64. In avanti, il tornante era Angelo Domenghini (Cagliari), ex Atalanta e Inter; le punte Boninsegna, che era andato via dalla Sardegna proprio alla vigilia dello scudetto, per passare alla Beneamata, a sinistra il totem Riva, Rombo di Tuono.
Erano ammesse due sostituzioni (al Mondiale precedente una, più il portiere), all’intervallo Rivera prese il posto di Mazzola, per i supplementari il torinista Poletti rilevò Rosato.
Era una generazione eccellente, in panchina c’erano Zoff e Lido Vieri, come portieri, il leader del Napoli Totonno Juliano, lo juventino Beppe Furino (“furia, furin, furetto”, per Vladimiro Caminiti, di Tuttosport), gli attaccanti Gori (Cagliari) e Pierino Prati, cannoniere in Coppa dei Campioni, con il Milan. Fra i difensori, Comunardo Niccolai, poi tecnico azzurro, il goriziano Giorgio Puia, del Torino, e Ugo Ferrante, scudetto e Coppa Italia con la Fiorentina, scomparso nel 2004 per un tumore alle tonsille, è una delle tante morti misteriose toccate ai viola degli anni ’60 e ’70.
Doveva esserci anche Pietruzzo Anastasi, scomparso quest’inverno, sarebbe stato anzi titolare, avendo risolto la finale di Roma 1968, a 20 anni: pagò lo scherzo di un massaggiatore, gli fece male a un testicolo.
Nando Martellini ci preparò così, al gol di Rivera, su lancio di Facchetti e cross di Boninsegna: "Che meravigliosa partita, ascoltatori italiani. Non ringrazieremo mai abbastanza i nostri giocatori per queste emozioni che ci offrono...”.
17,7 milioni davanti alla televisione, divennero 28 milioni la domenica, nel tardo pomeriggio. E all’epoca tutto lo sport in tv era gratis. Neanche esistevano marketing e procuratori, manager, hostess e uffici stampa. Il calcio era più lento e meno fisico, poco tattico ma di talento individuale. Si vinceva magari in contropiede e poi tutti a difendere. In serie A, dal ’68 all’80 non si poterono tesserare stranieri, proprio per salvaguardare la nazionale. Anche così si costruì quella notte indimenticabile.
Sublimata nell’assist di Boninsegna per Rivera. “Non l'ho visto in mezzo all’area" - ricorda Bonimba - "per fortuna c'era Gianni, il suo gol è stato l’apoteosi. Sul lancio di Facchetti ho fatto a sportellate con lo stopper tedesco Schulz, volevo tirare, la palla mi è rimbalzata male, ho preferito centrare, fin da ragazzini ci insegnavano ad arrivare sul fondo e metterla indietro. Speravo ci fosse Rivera o Riva, meno male che c'era Gianni, gli ho messo la palla sul disco del rigore. Ogni tanto quando lo vedo gli dico ‘meglio di così non potevo dartela’, lui si mette a ridere. Gianni tranquillo l'ha insaccata e ci ha portato alla vittoria. È stata una sensazione bellissima”.
Furono quasi 2 ore di trans agonistica. “Vissute a oltre 2 mila metri d’altezza”.
Boninsegna venne convocato in extremis. “Ricevetti una strana telefonata dalla Figc, in cui mi si diceva di preparare la valigia e di presentarmi a Roma, da dove sarei partito per il Messico. Vado a letto e, la mattina dopo, mi sembra d'aver sognato, tant'è che chiedo a mia moglie la conferma di quel colloquio telefonico. Col ct Valcareggi avevo sempre avuto problemi, con lui in panchina per me sarebbe stata dura. Infatti, andai al Mondiale grazie al malore di Anastasi".
Boninsegna sa perché quel 17 giugno 1970 resta nell’immaginario collettivo. "Fu una partita fra due corazzate, Italia-Germania non è mai stata una sfida come le altre. Anche loro, a dire il vero, meritavano la finale, se non altro perché avevano eliminato i campioni del mondo in carica dell'Inghilterra. Il pari arrivò nel recupero, l’arbitro concedette 3’, all’epoca i minuti di recupero erano minimi”.
Roberto Boninsegna aveva un grande rapporto, con Riva. “Eravamo amici, ma anche due mancini; ci muovevamo dal centro verso sinistra e io, con il tempo, mi sono dovuto adattare. Usavo qualche volta anche il destro, Gigi no. In Messico confermammo di poter giocare assieme”.
Resta l’immagine di Boninsegna a pancia in giù, sul terreno dell'Azteca: sembra disperarsi, batte i pugni a terra. "Ero distrutto, ma felice. Due giorni dopo, ci rendemmo conto di avere unito un Paese, leggendo i giornali italiani riuscimmo ad avere la percezione di quello che avevamo combinato contro i tedeschi. La finale senza Rivera? Siamo l'unica Nazionale al mondo ad aver lasciato in panchina un Pallone d’Oro, assurdo. Quando seppe che Gianni non giocava, Pelè disse: 'Ma se non fanno giocare chi ha vinto il Pallone d'Oro, che squadra avranno? Saranno davvero forti’.
Italia-Germania era finita pari al Mondiale del ’62, nel girone, poi i tedeschi passarono, gli azzurri no, nella battaglia contro il Cile padrone di casa, favorito sfacciatamente dall’arbitro, che chiuse gli occhi di fronte ai fallacci sudamericani, riducendo l’Italia in 9. In Argentina, fu 0-0, la Nazionale di Bearzot raggiunse la semifinale, i tedeschi uscirono. Ogni confronto fra queste nazionali alimenta il mito di quel 4-3, anche il 3-1 nella finale di Spagna, il Mundial di Bearzot. 1-1 a Euro ’88, entrambe sarebbero uscite in semifinale, 0-0 con rigore sbagliato da Zola nell’Europeo del ’96, con Sacchi. Italia fuori per avere cambiato metà squadra, contro la Cechia, e tedeschi sul trono continentale grazie al golden gol, appunto, di Bierhoff, dell’Udinese. Altre due sfide sono state azzurre, la semifinale del 2006 deciso da Grosso, al supplementare, la semifinale di Euro 2012, con doppietta di Balotelli, l’unico vero lampo azzurro di Mario. L’ultimo confronto è stato dei bianchi, ai rigori, a Euro 2016, con gli sprechi di Pellè e Zaza.
Quel 4-3 è diventato cult al cinema e in libreria, per il cinquantenario escono “4 a 3: Italia-Germania 1970, la partita del secolo”, di Maurizio Crosetti, firma di Repubblica, e “La partita del secolo. Storia, mito e protagonisti di Italia-Germania 4-3”, di Riccardo Cucchi, prima voce di Tutto il calcio minuto per minuto, su radio Rai, da metà anni ’90 al 2017. E poi “Quattro a tre”, di Roberto Brambilla, firma di Avvenire, e Alberto Facchinetti, che scrive anche per Il Foglio e per Il Fatto quotidiano. Nando Dalla Chiesa, invece, ripubblica “La partita del secolo”. Perché quello è stata, Italia-Germania.

Vanni Zagnoli

19.06.20