Il pallone racconta: Pietro Paolo Virdis

I 60 anni dell’ex attaccante di Cagliari, Juve e Milan

Pietro Paolo Virdis ha compiuto 60 anni, l’inseguimento al telefono è complicato perché è impegnatissimo nella sua attività di ristoratore, da 14 anni. E allora come sempre in questi casi ci concediamo poche domande particolari e il resto lo recuperiamo fra due interviste uscite in settimana.

Virdis, aveva iniziato ad allenare in C, nel ’98-99, l’Atletico Catania, poi la Viterbese e la Nocerina. Perchè poi si è fermato?
“Ho provato” - risponde l’ex attaccante – “ma non c’è stata continuità di richieste, né da parte mia la volontà di continuare”.

Lasciò nel ’91. Dopo il calcio c’è stata solo l’enoteca?
“Sì, il Gusto di Virdis è la passione mia e di mia moglie Claudia, ci diverte molto. Mi ero occupato dell’organizzazione, della ricerca del posto, a Milano, partimmo nell’ottobre del 2003”.

Nei suoi 18 anni di carriera professionistica c’è un talento che si è perso e meritava?
“Diversi, magari gli è mancata la disciplina, ma un nome solo non lo farei”.

È l’unico giocatore ad avere segnato più di 100 reti in A e a non essere mai stato convocato in Nazionale…
“Feci l’Under, poi l’Olimpica, mai l’Italia A, evidentemente c’è sempre stato qualcuno più bravo di me”.

Esistono altri Pietro Paolo, nel calcio italiano?
“Non me ne vengono in mente. Indaghi lei…”.

E Francesco Virdis, l’attaccante classe ’85, ex Albinoleffe?
“Non è mio parente”.

Molti ricordano il meglio della sua carriera, il Cagliari e la Juve in doppia tappa, l’Udinese e il Milan, la chiusura a Lecce. Ma il tutto come partì?
“Dalla Nuorese, con 11 gol in 25 partite. Avevo 16 anni, c’erano il fascino e la difficoltà di essere fuori casa. Era la prima esperienza lontana dalla famiglia, dal momento che abitavo a Cagliari. A Nuoro abitavo con gli altri giocatori, ero così determinato a emergere che tutto passava in secondo piano”.

Prendiamo la sua storia dall’Unione Sarda, il quotidiano principale dell’isola.
Nato a Sassari, ci tiene a precisare che lui non è originario del capoluogo, ma di Sindia. È cresciuto con il mito di Gigi Riva, ha militato nella Nuorese e nel Cagliari. Poi la Juventus, dove conquista due scudetti e una Coppa Italia, quindi l'Udinese di Zico e Causio.
Ma la svolta nella sua carriera arriva nel 1984, quando l'allora vicepresidente Gianni Rivera lo chiama al Milan. Nel 1986/87 è capocannoniere della Serie A con 17 gol, poi arriva Sacchi, e con lui il tricolore, conquistato anche grazie alla sua doppietta con cui il Milan vince 3-2 lo scontro diretto a Napoli.
Un trionfo che spiana la strada: a Milanello arrivano i campioni olandesi e la coppa dalle grandi orecchie: c'è anche lui nella finale vinta per 4-0 sulla Steaua Bucarest nel 1989.
Quindi l'addio al Milan e la fine della carriera da calciatore a Lecce, prima di cimentarsi in quella da allenatore.
L'avventura, però, dura poco, perché Pietro Paolo decide di darsi alla ristorazione e a Milano apre il suo locale, "Il gusto di Virdis". A gestirlo con lui la moglie Claudia, l'amore di una vita che gli ha regalato due figli, Matteo e Benedetta.

Da sottolineare che la Torres, squadra di Sassari, mai si è affacciata in Serie A, mentre il basket due anni fa fece il triplete. E poi era cresciuto nella Vigili Urbani Cagliari, squadra sconosciuta. Lasciò a 34 anni, molto presto rispetto per esempio a Zola, che arrivò vicino ai 40. "Che gusto c'è” - ammetteva – “a prendere soldi nelle categorie minori quando il meglio lo hai già dato? Meglio smettere e fare altro”.
Come Protti, Hubner e Volk (nel 1930-31), è stato l’unico capocannoniere rimasto senza Nazionale, stretto fra Rossi e Giordano, Altobelli e Pruzzo, poi Serena e Vialli.
"Bisogna essere felici di ciò che si ha avuto. E poi dedicarsi subito, anima e cuore, a nuove passioni. Per me resta un'emozione magnifica fare gol, ma è ugualmente bello quando un cliente mi dice grazie, proprio bene, qui da lei mi sono sentito in famiglia. È tutto”.

Molto bella la chiacchierata con Riccardo Signori uscita lunedì su Il Giornale, che riproponiamo per buona parte.
“Se la terra madre l'avesse fatto uva, oggi sarebbe un Vermentino brut. Vermentino di Sardegna, quella è la terra madre. «Sarei ancora frizzante e fruttato». Pietro Paolo Virdis compie 60 anni e ci indica il vino, quello che esprime il sentirsi giovane dentro.
Certo, poi i baffi sono imbiancati e i capelli radi. Ma qui dentro significa: nel suo negozio di vini e cibo, la passione che ha seguito quella del calcio. L'aplomb è lontano dal ragazzino a muso duro con capelli a cespuglio e baffi di conquista. Oggi c'è tanto di granito sardo, che può sembrare tosto o testardo. Quante volte quel carattere è stato spartiacque di una storia. Sorride. «Talvolta è servito per reagire ad una situazione. A Torino forse no: dovevo essere più morbido». Torino dolce tempesta. «A Torino ho trovato mia moglie ed è stata la cosa migliore». Torino, per un sardo, era Fiat, Juventus e poco altro. Per lui Juventus: costrizione e ambizione. Infine delusione: «Mi hanno mandato via, a Udine, quando non me lo aspettavo: avevo chiuso una buona stagione».
Qui, nell'angolo milanese in Via Pier della Francesca, si miscelano arte, cibo e pallone. Tifosi che lo hanno visto calciare, ragazzini che ascoltano le impressioni dei papà. «Poi vanno su Youtube e scoprono che il papà non ha raccontato storie». Non ha dimenticato la Sarditas. «L'attaccamento alla terra di chi, per fortuna o sfortuna, si deve allontanare. Il fatto di essere isola ce la fa sentire di più». La Sarditas lo ha portato a quel gran rifiuto che fece storia. «Ma quel no non era contro la Juve. Era contro tutti: Milan, Inter, chiunque. Non volevo spostarmi dalla Sardegna e riportare il Cagliari in serie A, quell'anno salirono il Vicenza di Rossi, poi Atalanta e Pescara. Noi restammo indietro». Ed anche quella storiella di Boniperti andato a prenderlo... «Era già in vacanza a Santa Teresa di Gallura». Poi, l'anno dopo, dovette soccombere. «L'avvocato Delogu, il padrone del Cagliari, mi disse che i soldi erano finiti. La gente del petrolio, Moratti e gli altri, non finanziava più. Allora, se rifiutavi, rischiavi di non giocare più, prigioniero della società».
Virdis dovette calarsi nella realtà di Torino, non fu un buon approccio. Malattie (mononucleosi, reumatismi articolari, ndr), il militare, l'andata e ritorno fra Juve e Cagliari, infine la grande delusione. Invece: «Quando mi chiamò il Milan capii di essere tornato ai grandi livelli». A Torino lo spogliatoio comandava, qualcuno racconta che taluni senatori inviavano male la palla al sardo d'azione. Lui nega. Ma spiega che poco è cambiato fra oggi e allora. «Avevo un bel caratterino e nello spogliatoio c'erano turbolenze, chiacchiere animate. Però quando la squadra andava in campo era una armata, una corazzata». Distingue: più vivace l'ambiente della Juve rispetto al Milan. Poi snocciola i personaggi del suo album. «Ho giocato con Gigi Riva, un mito per un ragazzino sardo, e con il grandissimo Van Basten. Con Zico: un 10 puro. Ho vissuto con il fantastico Causio, ma pure con Gullit. Franco Baresi era tutto carisma, gli bastava uno sguardo per parlare. Scirea era grande nella semplicità». Riconosce in Boniperti il suo presidente. «Non ti allungava un soldino in più, nemmeno...». Poi parla di Silvio (Silvio, non Berlusconi): «Ci fece vedere i filmati delle aziende, come lavoravano, ci fece entrare subito nel suo gruppo. Ha realizzato più di quanto ci si aspettava». Elenca gli allenatori «che mi hanno forgiato». Parte con Mario Tiddia (scomparso nel 2009, ndr). «Mi ha dato certezze. Gigi Radice ti dava la grinta. Liedholm un maestro per zona e possesso palla e Arrigo (solo Arrigo ndr.) in pressing e aggressività. Guardiola ha messo insieme Liedholm e Sacchi per il tikitaka».
Oggi si rivede in Kalinic, ma pure in Higuain. «Sa fare gli assist». Pietro Paolo godeva nel giocare seconda punta, assist compresi. Si adattava come prima punta. «Con le difese e i palloni odierni avrei fatto un po' di reti in più». È stato capocannoniere nella stagione '86-'87. Ha legato il non ti scordare ai due gol realizzati al Napoli per la conquista dello scudetto e alla coppa dei Campioni, seppur non abbia segnato in finale contro lo Steaua. Storia calcistica ad alti e bassi. «Però mi sono sempre rialzato». Ha smesso nel momento giusto. «I grandi dovrebbero chiudere un attimo prima, avere qualcuno che te lo dice. Capisco non sia facile quando sei mito».
La riga dei 60 anni di Virdis segna il confine dei ricordi, ma lo spinge a guardare avanti. La scelta del vino per il brindisi è un programma. «Si chiama I tenores. È della mia terra: un Cannonau di vigne vecchie, potente nel vero senso della parola e dell'etichetta. Vitigni che abbiano almeno 60 anni».
Molto bella anche la prima parte dell’intervista uscita domenica su La Gazzetta dello Sport, di Alberto Cerruti, online su gazzetta.it, che qui sintetizziamo.
"Buongiorno, è il gusto di Virdis". Sono le undici del mattino e proprio lui, Pietro Paolo Virdis, risponde al telefono per ricevere le prenotazioni nella sua piccola ma raffinata enoteca.
Cagliari vuol dire Riva…
"Il mio idolo, che incrociavo per strada ma non avevo il coraggio di fermare. Con mio papà andavo al vecchio Amsicora per vederlo giocare. Non dimenticherò mai la prima volta in cui l’ho affrontato: giocavo nella Nuorese, lui nel Cagliari. Finì 2-2 con due gol suoi e due miei e di quel giorno conservo gelosamente una foto".
Dall’Udinese al Milan, come fu?
"Il primo ricordo è la telefonata di Rivera. Era vicepresidente e mi disse che erano stati i giocatori a consigliare il mio acquisto. Nel Milan ho assistito al debutto di Berlusconi a Milanello”.
Dopo la coppa dei Campioni, però, lasciò il Milan…
"Cinque mesi prima della scadenza del contratto chiesi a Galliani se mi avrebbero confermato. Mi rispose di sentire Sacchi, che mi consigliò di parlare con la società perché lui mi voleva confermare. Un tira e molla fino all’ultima partita, quando chiesi a Galliani e Sacchi che cosa volevano fare. Rimasero zitti e fecero parlare Berlusconi: 'Ti ringraziamo per il lavoro, quando vuoi qui sei di casa'. Nessuno aveva avuto il coraggio di dirmi che non servivo più e per me è una ferita aperta. Il mio cuore è diviso tra Cagliari e Milan".
C’è un nuovo Virdis oggi?
"Mi rivedo un po' in Kalinic: sarebbe ottimo per il Milan. E mi piace tantissimo Papu Gomez".
Crede ancora nella reincarnazione?
"Sì, perché la vita non si spiega razionalmente se non con tante vite. Oggi mi sento realizzato, ma siccome amo il basket mi piacerebbe reincarnarmi in un giocatore di Nba".
Tra tante bottiglie di vino, con quale festeggerà i suoi 60 anni?
"Con una bella malvasia di Bosa, delle mie parti".
La chiosa è nostra. Virdis e il suo stile unico. Il tocco di palla leggero, le finte, l’esultanza a braccia aperte. Nella finale di coppa dei Campioni a Barcellona, nel 4-0 del Milan con la Steaua, subentra a Ruud Gullit al quarto d’ora della ripresa. Gli capitava di restare in panchina, per un centrocampista in più: Evani o Ancelotti o Colombo.
Era un rigorista, in campionato ne sbagliò uno solo su 17. Lo parò Giampaolo Grudina, portiere del Pisa. Ma sardo, come lui. Fra chi ha calciato almeno 15 rigori, in A, solo Pazzini ha la percentuale migliore.
Si può considerare sul podio dei giocatori sardi della storia, dopo Riva e Zola, davanti a Matteoli.

Vanni Zagnoli