Il pallone racconta: Nevio Scala

I 70 anni dell'ex calciatore e allenatore

Nevio Scala ha compiuto 70 anni. Mastro Nevio, lo chiamava Clelio Colabona, sul Corriere dello Sport, quando imperava il suo Parma. Mastro lo chiamavamo anche noi, per quelle sue mani enormi, da contadino, e tale è diventato, nel tempo, perché ha preferito smettere di allenare.
È lontano dal calcio italiano ormai da 20 anni, festeggia fra una battuta di caccia con gli amici e la famiglia, a Lozzo Atestino, provincia di Padova. Si era candidato sindaco, a capo di una lista civica: prese 685 voti, il 29%, contro i 1677 di Luca Ruffin, primo cittadino uscente.
A Nevio abbiamo mandato un sms di auguri, l’abbiamo incontrato centinaia di volte, a Parma, ma qui riproponiamo, aggiornata, la nostra intervista uscita giusto 10 anni fa, su Avvenire, per celebrare appunto i suoi 60 anni.

Scala, a lei le sfide sono sempre piaciute…
“Sì, anche se non le ho raccolte tutte. In serie A l’ultima panchina è stata al Perugia, nel ’97, poi qui non ho più allenato per mia scelta. Non mi sono mai lasciato trascinare da altri, per tutte le cose ho sempre deciso io. Fare quel che più si desidera è un grande privilegio, che pochi hanno al mondo. Mi è piaciuto allenare in Germania, Ucraina e Russia, esperienze straordinariamente ricche di episodi e immagini. L’unica negativa, anche a livello umano, è stata in Turchia, al Besiktas”.

Il suo palmares è consistente: a Parma promozione in A, coppa Italia, delle Coppe, Supercoppa Europea e Uefa; Intercontinentale con il Borussia Dortmund; coppa e campionato ucraino allo Shahktar Donetsk; coppa di Russia allo Spartak Mosca.
“Forse però passerò alla storia per avere detto di no due volte al Real Madrid. La prima fu nel ’93, quando a Torino incontrai un emissario spagnolo. Ero legato alla famiglia Tanzi, avevo il contratto con il Parma e volevo rispettarlo. Sono orgoglioso di non essere mai venuto meno alla parola data. Con i gialloblù allora ero soltanto a metà del cammino, non è detto che in Spagna avrei vinto altrettanto. Mi ricontattarono nel ’99, quando Lorenzo Sanz aveva litigato con Camacho e mancava un giorno al via della Liga. Volai a Madrid ma non ero convinto. Guus Hiddink accettò dopo di me e fu licenziato quattro mesi più tardi. Era il Real campione di Spagna e d’Europa, non semplice da motivare, forse valeva la pena provarci”.

E perché si è ritirato a 57 anni?
“L’ultima esperienza è stata nel 2004, in Russia. Avrei dovuto andare in tv, per promuovermi, intervenire sempre sui giornali, tornare allo stadio. Farmi vedere di qua e di là, avere un procuratore che non ho mai voluto. Comunque non ho disimparato, se qualcuno mi avesse voluto, soprattutto in Spagna o Inghilterra, sarei andato volentieri, ma non spingo”.

Proprio nessun rimpianto?
“Beh, tornassi indietro non accetterei Perugia. Ero stato convinto da tanti soldi, che allora magari mi facevano anche gola. Ero fermo con l’ultimo anno di contratto al Parma, arrivai a fine gennaio e non riuscimmo a salvarci, per un punto. Il Cagliari all’ultima giornata vinse a Milano e conquistò lo spareggio. Già allora succedevano cose poco chiare. Gli umbri sono meravigliosi, la famiglia Gaucci un po’ meno e si è visto poi”.

Nel 2003 scoppiava il crack Parmalat, se lo sarebbe mai aspettato?
“Ho letto e visto molto, di questo caso. Ho un unico dispiacere: non avere avuto il coraggio di andare a trovare il cavalier Calisto Tanzi. Ne ho un ricordo molto buono, tuttora stento a credere che abbia fatto qualche stupidata. Le cose più gravi non credo le abbia realizzate da solo, ci sono grandi responsabilità di politici e banche, comportamenti che di certo lui ha avallato”.

I primi imbrogli sarebbero datati proprio 1990, cioè quando il Parma salì in serie A. Senza di quelli il suo Parma stupefacente sarebbe esistito comunque?
“Senza dubbio. La promozione arrivò con la famiglia Ceresini ancora azionista di maggioranza. Nel ’92, quando vincemmo la Coppa Italia, la Parmalat non era ancora niente, si può dire che stesse nascendo. Fu proprio il Parma a favorirne l’ascesa. Aveva un bilancio di 900 miliardi di lire e in breve tempo, grazie anche al Parma protagonista in Europa, salì a 5mila miliardi di fatturato. Secondo i calcoli il Parma avrebbe partecipato al successo della multinazionale per un 30%, i Tanzi furono bravi a capire che il calcio di successo era un veicolo di grande forza pubblicitaria. E poi i bilanci del mio Parma, con Battista Pastorello direttore generale, erano di 50 miliardi in tutto, era una squadra fatta in casa”.

Cominciò a cambiare nel ’95, con l’arrivo del Pallone d’Oro Stoichkov.
“Il bulgaro che io non volevo e infatti andammo così così, chiudendo al quarto posto, soltanto in zona Uefa. E’ dall’anno successivo che vennero investite cifre paurose, per l’acquisto di Thuram, Veron e molti altri. Cominciano a interrompersi certi rapporti”.

Quello però non era già più il Parma di Scala. Con Malesani nel ’99 arrivarono tre coppe in cento giorni, con Carmignani l’ultimo trofeo, la Coppa Italia nel 2001. L’ultimo trofeo di una provinciale.
“Nel 2000 feci il corso da direttore sportivo e all’esame di Coverciano presentai una piccola tesi, in cui evidenziavo la direzione problematica verso cui viaggiava il calcio. Allora arrivavano manager dalle aziende. Il motore di una società calcistica restano la squadra e il reparto tecnico, non il marketing. Adesso per fortuna quei personaggi rampanti estranei al nostro mondo si sono defilati”.

Questa invece è una sintesi della chiacchierata di Nevio con stadiotardini.it, con Luca Savarese.
“Mi sento un ragazzino” - racconta – “Non ci si può fermare, né accontentare e dire “sono arrivato”, bisogna sempre avere un sogno davanti, per non farti invecchiare lo spirito, un qualcosa che ti tiene vivo. È quello che dicevo ai miei ragazzi del Parma: non è tanto importante raggiungere obiettivi, ma avere obiettivi da raggiungere”.

70 volte 7 dice il Vangelo, 7 come le stagioni trascorse, un vero e proprio vangelo del calcio, sulla panchina del Parma.
“Penso che sia una cosa irripetibile. Ci sono state tante altre realtà importanti, il Chievo, il Carpi, il Vicenza che ha vinto la Coppa Italia, che però si sono fermate lì, senza più riuscire ad esprimersi ad alti livelli. Noi abbiamo gettato basi solide in serie B, ci hanno anche consentito di essere sereni e avere un rapporto con i giocatori favoloso. Molti di loro mi hanno chiamato per farmi gli auguri, questo significa che il calcio non è solo 5-3-2 o 3-5-2”.

La prima volta che ha incontrato un pallone?
“Appena nato. Mamma mi regalò subito la maglia del Milan, perché davanti alla nostra casa di campagna c’era un cortile dove a tre anni ho cominciato a calciare. C’erano un pallone e uno schioppettino per andare a caccia, non avevamo altro, allora, sono nato con la palla tra i piedi e un fuciletto sulle spalle. Sono stato un calciatore abbastanza precoce, grazie al carattere e alla cultura contadina dei genitori sono riuscito a ottenere dei risultati di cui vado orgoglioso”.

Quando torna a Parma cosa prova?
“Le persone mi dicono: “Mister, che bello quando c’era lei qua e me lo dicono non perché abbiamo vinto quelle coppe, ma perché avevamo costruito tra noi e la città un rapporto che andava al di là del risultato”.

Cosa suggerisce al calcio italiano, per ripartire dal mondiale mancato?
“Credo sia necessario fare un passo indietro, senza disconoscere le nuove realtà, gli strumenti che la scienza e la tecnologia mettono a disposizione. Fare un passo indietro come filosofia e mentalità, rapporti e sensibilità. A me piacerebbe vivere il calcio nuovo con un rapporto diverso tra l’allenatore e i giornalisti, la società e i tifosi.
Il calcio di adesso ha bisogno di rilassarsi un po’, di non essere così intasato da costanti polemiche e scandali, da frequenti intromissioni di gente che non ha niente a che fare con il mondo del calcio”.

Qualche passaggio, infine, dell’articolo firmato da Alberto Cerruti, per la Gazzetta dello Sport, uscito alla vigilia del compleanno.
“Nevio è felice di festeggiare con la mamma Regina di 95 anni, che custodisce tutti i suoi trofei, con la moglie tedesca Janny, i figli Sasha e Claudio, il nipotino Jacopo. Pochi sono stati giocatori, allenatori e presidenti come lui, raccogliendo successi, in Italia e in Europa.
Centrocampista dalla corsa inesauribile, con i suoi capelli biondissimi al vento, Scala ha debuttato in Serie A con la maglia della Roma, ma ha incominciato a vincere con il Milan di Rocco. C’era anche lui nel 1969, con la maglia numero 11, nella notte di Glasgow quando Prati segnò il gol che qualificò il Milan sul campo del Celtic, dopo lo 0-0 sotto la neve a San Siro. Fu l’anno della Coppa dei Campioni vinta contro l’Ajax, dopo lo scudetto e la Coppa delle Coppe. Poi ci sono state altre maglie: Vicenza, Fiorentina, Inter, Foggia, Monza e Adriese. Non potremo mai dimenticare la sua emozione sul volo che portava il Parma a Sofia, dove all’esordio europeo il Parma uscì imbattuto con un incoraggiante 0-0. Purtroppo al ritorno, dopo due pali e un rigore sbagliato, non bastò il gol del vantaggio di Agostini. Raggiunto all’ultimo minuto ed eliminato dopo due pareggi, il suo Parma uscì subito, ma tra gli applausi del «Tardini». Applausi moltiplicati alla fine della stagione, quando arrivò il primo trofeo, la Coppa Italia strappata addirittura alla Juventus.
Scala è tornato sui suoi passi soltanto per il mai dimenticato Parma, diventando presidente, senza stipendio, per rilanciare la squadra dopo il fallimento. Un anno fa, però, proprio nel giorno del suo compleanno, appena ha saputo che i nuovi proprietari avevano deciso di esonerare l’allenatore Apolloni, il responsabile dell’area tecnica Minotti e il direttore sportivo Galassi, uomini scelti da lui, ha presentato le sue dimissioni. A testa alta, come quando correva in campo, perché per Scala la dignità conta più dei soldi. Una rarità in questi giorni”.

Infine qualche brano da solocalciomercato.net, a firma Francesco Ferrando.
“Nevio Scala ha una faccia "antica". Sembra scolpita nel legno, erosa dal vento e dalla pioggia, cotta dal sole: una faccia "biologica". E' la faccia pulita di un contadino ("scarpe grosse e cervello fino"), che per orizzontarsi nel mondo si è basato su "quattro punti cardinali": onestà, lavoro, perseveranza, sincerità. In totale, da calciatore, 329 gare e 13 reti.
Ma avrebbe dato il meglio di sé come tecnico. Comincia nelle giovanili del Lanerossi Vicenza e dal 1987 al 1989 guida la Reggina. In Calabria ottiene subito risultati strabilianti. Conquista la promozione in serie B e nella stagione successiva sfiora il doppio salto di categoria (assolutamente impensabile all'epoca), perdendo ai rigori lo spareggio con la Cremonese per la promozione in serie A. Calisto Tanzi sceglie lui per sostituire Vitali e Scala non deluderà le aspettative. Anche il Parma praticava un calcio totale, sebbene più "umano", meno ossessivo rispetto a Sacchi. Scala, però, non era sufficiente mediatico: parlava poco, non amava le interviste, non illustrava continuamente le sue teorie "rivoluzionarie". Si limitava a lavorare, tanto e bene, restando sempre umile e un po' in disparte: sul palcoscenico mandava i giocatori. All’ombra della Pilotta arrivano il portiere della Nazionale brasiliana Claudio Taffarel, il veterano Stefano Cuoghi, il belga Georges Grün e il talentuoso svedese Tomas Brolin. Saranno loro le architravi del primo Parma dei miracoli. I neo-acquisti rinforzano un organico che già contava Minotti e Apolloni in difesa e Alessandro Melli in attacco. Nella stagione successiva, vengono prelevati Di Chiara e Benarrivo, nel ’92-‘93
Tino Asprilla, acquistato dal Nacional Medellin. Il colombiano è un talento matto, sregolato, che si presenta in Emilia acquistando 100 rubinetti da regalare ai parenti a casa. E che malgrado la bella vita, le armi (fu fermato in Colombia con due pistole in macchina), la droga (saltò quasi il suo trasferimento anni dopo al Newcastle in quanto positivo alla cocaina) e le frequentazioni equivoche, divenne l'idolo dei tifosi parmigiani. Nel 1993 un potenziale fuoriclasse come Gianfranco Zola, oltre al mediano Crippa e al grintoso Nestor Sensini, chiamato a sostituire l’infortunato Grun. Nel 1994-’95 puntella il centrocampo di Dino Baggio e la difesa con Fernando Couto. Mancò solo lo scudetto: “Non avevamo la continuità mentale sul lungo periodo” - annota Scala – “ma sulla singola partita, onestamente, eravamo quasi imbattibili”.
Nevio è stato per anni commentatore per radio Rai, scelto da Filippo Corsini, adesso produce felice il suo vino biologico. Buono come il suo calcio.

Vanni Zagnoli