Il pallone racconta: Luciano Marangon

I 60 anni dell’ex terzino di Vicenza, Verona, Inter, Napoli e Roma

Luciano Marangon ha compiuto 60 anni il 21 ottobre. Un po’ ci rimandava lui, un po’ abbiamo aspettato troppo a sistemare l’articolatissima chiacchierata con il terzino dello scudetto del Verona, nell’85, ma insomma la storia merita sempre, al di là del compleanno tondo.

Luciano, è nato e cresciuto a Quinto di Treviso.
“Ho 3 fratelli: Luigino e Oscar sono i maggiori, Dario il minore è stato calciatore. Là ci sono ancora nipoti e cugini. Non abbiamo più i genitori”.

Rammenta il suo esordio?
“Avevo 18 anni, fu con il Vicenza, mi pare fosse stato contro il Milan, in Coppa Italia. Era l’ultimo Milan di Gianni Rivera e pure di Angelo Benedicto Sormani e di Domenghini”.

Era cresciuto nelle giovanili della Juve, fu nel 1975 che passò al Lanerossi, giocando da titolare, a 19 anni, il campionato di B concluso con una salvezza di misura.
“L’anno seguente restai titolare e conquistammo la promozione in A nel primo campionato di Gb Fabbri e di Paolo Rossi a Vicenza”.

Il debutto in Serie A avvenne il 23 ottobre del 1977, due giorni dopo il 21° compleanno, ma nella stagione del secondo posto del Lanerossi giocò solo 12 partite, sostituito spesso dal più esperto Vito Callioni.
“Pagai l’infortunio al menisco e poi un mezzo litigio con il mister Fabbri, neanche ricordo il motivo. Al mercato di gennaio il presidente Giussy Farina mi aveva ceduto alla Sampdoria, all’epoca si avevano 5 giorni per rifiutare e io non gliela diedi vinta. Restai in panchina per alcune gare, poi ho riconquistato spazio a furor di popolo, spinto dai tifosi, perché in quel periodo il Vicenza non aveva fatto benissimo”.

Tornò in pianta stabile fra gli 11 nella stagione seguente, giocando anche in Coppa Uefa.
“Contro il Dukla Praga, ma fummo eliminati. Non ho avuto fortuna, nelle coppe”.

Dopo la retrocessione, rimase per un anno a Vicenza, per passare poi al Napoli, dove ritrovò Mario Guidetti.
“Già, sono stato suo compagno anche al Verona. L’ho incontrato con gli ex gialloblù in una gara di beneficienza a Novara. E’ sereno, a 65 anni, con i figli: siamo già tutti in pensione, come generazione. Magari c’è ancora chi ha voglia di buttarsi…”.

Come suo figlio Diego, 20 anni, suo compagno di imprenditoria turistica, a Ibiza…
“Mia figlia Beatrice, invece, è sposata e fa la mamma, a Vicenza. Suo nonno, Alfonso Santagiuliana, per anni è stato bandiera del Vicenza. Disputò anche una stagione nel grande Torino, lasciandolo prima della tragedia di Superga”.

Del suo ’80-’81 a Napoli si ricorda il terzo posto, ma a lungo era stato in testa. Svanì tutto con quell’autogol di Moreno Ferrario, contro il Perugia…
“Perdemmo lo scudetto pur attaccando per 90’, contro una squadra retrocessa. Pareggiammo anche in casa con la Fiorentina, eravamo in testa, così la Juve si allontanò. C’era Rino Marchesi. Purtroppo con la Roma accadde la stessa cosa, nella stagione successiva, avrebbero poi vinto lo scudetto nell’82-’83, con il solo Aldo Maldera al posto mio. Il barone Nils Liedholm mi voleva trattenere, giochi di mercato mi portarono al Verona”.

Nella stagione giallorossa la sua unica presenza in nazionale, il 14 aprile del 1982, a Lipsia, contro la Germania Est.
“C’erano le due Germanie, all’epoca, e il ct Enzo Bearzot mi aveva convocato altre due volte. Mi infortunai in campionato, con i giallorossi, nelle qualificazioni al mondiale di Spagna ero la riserva di Antonio Cabrini, grande giocatore. Ero ben considerato, stavo bene nel gruppo, con Paolo Rossi, Tardelli, Scirea: dei campioni”.

Allora chiamò Beppe Bergomi, campione del mondo a 18 anni e mezzo…
“Fu l’inizio della sua grande carriera. Giocò varie partite per infortuni e squalifiche. Non c’erano molte alternative in extremis e allora il ct prese il giovane più interessante”.

Nel Verona scudettato c’era anche suo fratello Fabio, di sei anni più giovane.
“Arrivò due anni dopo di me, fu il ds Mascetti a chiedermi informazioni: “E’ un ragazzo perbene, molto serio”, risposi. Osvaldo Bagnoli aveva già un’idea di formazione, la squadra titolare e la rosa a 16. Gli altri erano destinati alla panchina, si facevano trovare pronti e fra questi Fabio. Rimasto altre due stagioni, dopo la mia cessione. Si è stabilito a Sanremo, fa l’imprenditore in negozi di abbigliamento: sta bene, è in un bel posto, in un’altra città turistica, vicina al principato di Nizza, viva tutto l’anno. Ibiza, invece, per 4-5 mesi, muore”.

Il suo passaggio all’Inter fu nel 1985, per 3 miliardi di lire.
“E lì mi limitai a quelle tre presenze, dando l’addio al calcio, nell’87”.

Ci traccia il top 11 della carriera?
“Non vorrei fare torto a qualcuno, perché sono sempre andato d’accordo con tutti e ancora oggi mi sento con tanti. Penso al Napoli, con Bruscolotti e Krol, Vinazzani e Damiani. La mia vita porta a un certo distacco, ma ogni tanto li rivedo. Anche i vicecampioni del Real Vicenza: Paolo Rossi, Cerilli, Zanone, Verza. Abitando in un posto di vacanza, prima o dopo passano tutti da me, a Ibiza”.

E qual è il podio delle sue squadre?
“Ricordo con affetto i 6 anni nel settore giovanile della Juve, importanti nella crescita. A Torino mi hanno dato insegnamenti, su come affrontare la vita. E poi anche Vicenza e Napoli, Roma, Verona e pure l’Inter. I due infortuni alle ginocchia hanno accelerato il mio addio al calcio, a Milano l’esperienza in quel senso non è stata positiva. C’erano Tardelli e Bergomi, Baresi, Zenga e Rummenigge, i rapporti umani comunque vanno al di là del risultato in campo. Avevo 30 anni, avrei potuto continuare ma avevo voglia di fare un’esperienza lavorativa all’estero e dopo una trattativa con la società ho smesso”.

Il top è stato lo scudetto con il Verona?
“Fu il culmine di 3 anni meravigliosi, ma pure la stagione di Napoli e di Roma sono memorabili. E, ovviamente, la partenza a Vicenza”.

Tentiamo un altro podio, dei mancini, di oggi e nella storia.
“Nel mio periodo il migliore era Cabrini, poi Brehme, Roberto Carlos, Marcelo oggi del Real Madrid. Dani Alves anche nella Juve gioca a destra ma fa proprio il fluidificante, con quel movimento che parte dall’area e arriva in fondo al campo. All’epoca avevano quelle caratteristiche anche Citterio e Carannante, Paolo Maldini era agli inizi, quando io smettevo, ma era più difensore. Nel mio Napoli, con tre passaggi ero in area: dal portiere Castellini a Krol, la palla mi arrivava sulla fascia, raggiungevo il fondo e crossavo, per Pellegrini o chi c’era. Era uno schema, ma altri partecipavano alla manovra”.

Si può parlare di filosofia del terzino sinistro?
“Oggi non c’è più. Io seguo molto il calcio inglese e spagnolo, nel Barcellona Jordi Alba ha quel tipo di gioco, cerca lo scambio, per il resto vedo molti lanci lunghi, nel calcio inglese. Le difese saltano il centrocampo per Diego Costa (Chelsea), Dzeko (Roma) o Higuain (Juve). Si effettuano grandi lanci a scavalcare, per far salire la squadra. Quel gioco piaceva molto a Bagnoli, ma quando un difensore la lancia lunga, dev’essere bravo a far salire la squadra. Oggi tutti cercano gli uomini con le caratteristiche migliori per le fasce, nel mio calcio sapevamo anche difendere e naturalmente fare la diagonale”.

Cosa legge, nel tempo libero?
“Con il lavoro nello stabilimento balneari non ho molto tempo, amo i John Grishman e i libri abbastanza leggeri. D’estate sono impegnato da mattina a sera, dunque è impossibile. Quando sono stanco, mi metto direttamente a letto, è in inverno che viaggio e ho la possibilità di leggere qualcosa”.

Dove abita, esattamente?
“A Ibiza, nella città vecchia. Si chiama Dalt vila, è dentro le mura, ha 80-90mila residenti. L’isola è turistica, in estate vede l’afflusso di milioni di persone”.

Dopo il calciatore, quali mestieri ha praticato?
“Ero stato uno dei primi a fare l’esame da procuratori. All’epoca eravamo pochi, si moltiplicarono la legge Bosman. Seguivo Eranio, ho collaborato con Antonio Caliendo, che ebbe Roberto Baggio, Schillaci e Boniek. Facevo da consulente per Provitali, Dario Morello e Fabio Gallo. In particolare andavo sui giovani, nei settori giovanili di Atalanta, Brescia, Milan, Inter e Juve. Eravamo figure nuove, ma come ex calciatore, anche di un certo nome, avevo le porte aperte ovunque. Oggi una parte importante delle società è in mano a loro, anche gli allenatori. Penso al portoghese Jorge Mendes e a Mino Raiola: seguono tecnici che poi si portano anche i loro giocatori, con un giro di interessi particolare”.

Lei che procuratore ebbe?
“Caliendo, appunto, e di fatto inaugurò quella professione, assieme forse a Bruno Carpeggiani. Erano figure nate alle fine della mia carriera, Antonio mi aiutò proprio negli ultimi due anni, nella trattativa che dal Verona mi portò all’Inter. Era di respiro mondiale, si occupava anche di diritti di immagine, adesso è presidente del Modena, in Lega Pro”.

Ma prima come si faceva, senza procuratore?
“In realtà non ci sarebbe bisogno di qualcuno che parli con la società a nome di un calciatore, a volte però i giocatori non hanno voglia di perdere tempo, di avventurarsi in una lunga trattativa e dunque il procuratore serve per questo. Per evitare al protagonista di discutere con i dirigenti più di una volta. E’ il giocatore che chiede al procuratore quanto vuole guadagnare e il professionista fa tutto quanto dice l’assistito”.

Oggi peraltro la liberalizzazione è completa…
“Dovrebbero essere gli ex calciatori a fare quel mestiere, come gli allenatori, già impegnati sul campo. Mino Raiola faceva il pizzaiolo, guadagna milioni di euro, mi fa sorridere ma sono contento per lui, ben venga uno che una tiene in scacco le grandi società, eppure Pogba sarebbe andato lo stesso al Manchester United, se fosse andato lui a parlare con i dirigenti. Dovrebbe proprio essere ridimensionata la figura del procuratore. Inoltre trovo inammissibile che uno abbia 30-40 giocatori, come può seguirli tutti?”.

Quali calciatori hanno imitato Luciano Marangon, andando in Spagna per fare imprenditoria del divertimento?
“Con la mia costanza non me ne vengono in mente”.

E Nico Rosberg, che ha aperto una gelateria, lì, con la moglie?
“Conosco papà Keke, è mio cliente, viene a mangiare in spiaggia soprattutto d’estate, al Soul beach. Adesso che ha lasciato la F1, lo vedrò molto più spesso”.

Qual è la squadra della Liga più vicina all’isola?
“Barcellona e Valencia, sono però sulla costa, in terraferma, serve l’aereo e ci si arriva in 20’. In barca la più vicina è Valencia, servono comunque 4 ore di traghetto e 8-9 raggiungere per il camp Nou”.

Perché Ibiza è così ambita?
“Qui sei un po’ fuori dal mondo problematico e incasinato. In Italia abbiamo toccato il fondo, non c’è più niente da rischiare, veniamo da 20 anni di classe politica assurda, ridicola, speriamo che questi poteri forti tornino da dove sono venuti, non so come si siano conquistati la poltrona, mettendo in ginocchio il Paese, con problematiche sociali”.
 
Un’analisi impietosa…
“E’ come una dittatura, ma democratica. Chi è cattolico magari sa accettare, porta pazienza. Quando però la gente si ribella diventa dura, rischiano di portarla in piazza a dar fuoco, per disperazione, fame e povertà. Oggi siamo come dei burattini, in mano alle multinazionali, alle banche. E’ un peccato perché noi italiani abbiamo fantasia e serietà nel lavoro. Ci distruggono importando gente da fuori, facendo sì che proprio gli italiani vadano all’estero. Gli amici ogni tanto me lo ricordano: “Hai avuto la fortuna di andartene dall’Italia…”.

Una sua grande passione sono le donne. Innumerevoli, mai nessuna sposata…
“Ne ho avute forse un migliaio, ma ne ho amate davvero un paio: una è milanese, l’altra è la mamma di Diego. Come dice Vasco Rossi, ringraziamo Dio che ha inventato la femmina…”.

Nel 2011 ha pubblicato l'autobiografia “Luna tonda”: edizioni Boopen Led, pagine 180, 12 euro è il prezzo.
“Il racconto è ambientato in Messico, luogo scelto dal protagonista nella maturità dei suoi anni. Si trova in una notte di luna piena seduto in spiaggia, pensa a dov’è nato e alla famiglia, alla crescita. Lì si vedono i miei valori e gli amori, le avventure e i figli, si capisce molto di me. Il racconto è opera di Argia di Donato, avvocato di Napoli, scrittrice”.

C’è il suo fedele inserviente Pakal, messicano.
“E poi Nut, la donna immaginaria, nel mio inconscio è la donna che continuo a cercare. L’ho trovata in tutte quelle che ho avuto”.

Pakal le farà incontrare il proprio zio…
“Già, il parente del mio tuttofare, un vecchio stregone sciamano, che mi propone il pellegrinaggio nel maggiore centro spirituale dell’antica civiltà Maya, nella città di Chichen Itza. Quello stregone discendeva dai Maya, fra Cancun e Tulum, in una delle zone abitate dalle tribù”.

Il rimando è alla sua esperienza laggiù, anche in Repubblica Domenicana e a Cuba.
“Trascorsi in centro America 8-9 anni. Non fosse per figli e nipoti, sarei ancora là. A Ibiza ho il mare, la qualità di vita è molto alta e i miei cari sono vicini. Quando riesco vado a Treviso e a Vicenza, oppure a Bologna, dalla mamma di mio figlio o da amici. Diciamo che sono un nomade che danza sulle ali del mondo”.

Chissà quante casa ha…
“Veramente nessuna, di proprietà, neanche in Spagna. Vivo in affitto, lascerò l’appartamento il giorno in cui andrò a vivere altrove. Non mi meraviglierei se mi trasferissi in Australia, Sudafrica o in qualche altro paese esotico. Non riesco a sapere cosa accadrà domani”.

Suo figlio che fa?
“Adesso è a New York, ha un appartamento a Manhattan, lavora nel ristorante Piccola cucina, di uno chef siciliano, Filippo Guardone, da anni nella Grande Mela”.

Lei non ha mai giocato al sud, eppure lo ama…
“Vero. Mi piace il chiringuito, il classico chiosco di spiaggia, con il tetto in paglia, le palme e tutto in legno, come la casetta dei tre porcellini…”.

Vanni Zagnoli